domenica 4 novembre 2007

...i fascisti sono come i diamanti: sono per sempre"...

l'Unità
Se Fini è sempre Fini

di Antonio Padellaro

Prima istantanea. Gianfranco Fini in trench chiaro davanti alla stazione di Tor di Quinto, a pochi passi dal viottolo dove è stata massacrata Giovanna Reggiani. In una giornata come questa, in un luogo come questo lui tiene una conferenza stampa per attaccare frontalmente il governo Prodi non risparmiando accuse a Veltroni e Rutelli. La pietà sottomessa al gioco politico.

I giornali già accreditano la voce di una sua candidatura al Campidoglio. Usa frasi secche che sembrano disposizioni in vista di un qualcosa a cui bisogna prepararsi. Intorno al presidente di An tacciono i luogotenenti. Un po’ più dietro facce giovani e cupe. Non troppo lontano, famiglie di romeni e di rom si preparano a scappare da baracche e roulotte.

Seconda istantanea. C’è il ministro degli Interni Giuliano Amato che si dichiara «sorpreso e amareggiato» per le espressioni di Fini. Qualcuno ricorda che Amato aveva un tempo ottimi rapporti con il leader di An, tanto da avergli scritto la prefazione di un libro sull’Europa.

Terza istantanea. In realtà vediamo soltanto il testo di un foglio volantinato in molte zone della Capitale. Con la sigla di Forza Nuova chiama alla mobilitazione tutti i romani per domenica 4 novembre. C’è scritto:« Se dagli orribili avvenimenti di Tor di Quinto non scaturirà una rivoluzione nella maniera di regolamentare l’immigrazione, i nostri militanti e tutti gli italiani sono moralmente autorizzati ad usare metodi che vadano al di là di semplici proteste per difendere i propri compatrioti».

Nell’eterno linguaggio fascista vuol dire: siamo pronti a tutto. E infatti passano poche ore e a Tor Bella Monaca, profonda periferia romana uomini incappuciati, nel più classico stile Ku Klux Klan aggrediscono un gruppo di cittadini rumeni, colpevoli solo di questo.

Se proviamo a mettere insieme questi tre scatti ne esce fuori un’immagine scura, minacciosa, malvagia che ne richiama altre di simili del nostro passato più triste. C’è un problema reale e drammatico: in questo caso l’esplodere di episodi criminali ad opera di sbandati appartenenti a comunità straniere. C’è una destra sempre uguale a se stessa che alimenta e cavalca le pulsioni xenofobe e razziste ma anche le paure irrazionali del suo mondo. Ai lati compaiono frange squadriste di irregolari pronte a mettere in atto azioni violente, convinte che questa volta la gente approverà. Sullo sfondo c’è anche una élite politica di governo che mentre sta coltivando l’idea di intraprendere una qualche forma di dialogo con l’opposizione «più ragionevole» si vede improvvisamente aggredire proprio da quell’esponente della destra «moderna» di cui si fidava di più.

I voltafaccia di Gianfranco Fini non dovrebbero sorprendere più di tanto essendo egli l’allievo prediletto di quel Giorgio Almirante che già nei torbidi anni ‘70 teorizzava l’uso tattico alternato del manganello e del doppiopetto. O meglio del manganello da tenere sotto il doppiopetto. L’amara sorpresa di Giuliano Amato è quella di un autorevole professionista della politica abituato a colloquiare nelle stanze riservate dei palazzi o nel clima mondano delle presentazioni dei libri o nelle finte baruffe dei talk show. È probabile che Amato consideri Fini membro di uno stesso, ristretto club di potere. Quello degli uomini che hanno o che hanno avuto grosse responsabilità di governo e che dunque perfino nella polemica non possono venir meno a un loro codice d’onore. A Fini che gli grida vergogna, il titolare del Viminale risponde meravigliandosi della mancanza di stile di un uomo di governo che tra l’altro si è trovato a gestire l’ingresso della Romania nell’Unione Europea. Una frase velenosa che può mandare in sollucchero i cronisti parlamentari ma del tutto inadeguata a sostenere lo scontro mediatico se intanto l’altro usa l’artiglieria.

Se Fini ha messo il trench non è solo perché alla periferia nord di Roma piove e fa freddo. La grisaglia (il doppiopetto) vanno benone per convincere o tranquillizzare i pavidi borghesi. O per strappare l’approvazione compiaciuta di lobbies e salotti. O per gettare un po’ di fumo negli occhi della sinistra speranzosa.
Quando, per esempio, si dice che gli immigrati hanno dignità e diritto anche di voto. O si lascia libertà di coscienza nel referendum sulla fecondazione assistita. O si dichiara di voler garantire soluzioni normative a diritti individuali non riconosciuti in assenza di matrimonio. O si chiede perdono agli ebrei per le infami leggi razziali volute dal fascismo. O se si intrecciano con la parte avversa costruttivi (per le tv) dialoghi sulla legge elettorale o sui costi della politica (Di Pietro).

Ma se il gioco si fa duro ecco che rispunta l’altro Fini, quello di lotta e del governo di polizia (da vicepremier è lui che a Genova segue minuto per minuto fatti e misfatti del G8, accanto ai vertici di polizia e carabinieri). Adesso sulla questione sicurezza si gioca due partite. Una contro il governo ma soprattutto contro Veltroni, leader del Pd che cresce troppo nei sondaggi e va fermato.
E l’altra tutta interna alla Cdl. Per dare una botta al rintronato Berlusconi, beccato al «Bagaglino» la sera della morte di Giovanna Reggiani mentre racconta barzellette nello spettacolo dal titolo illuminante: «Vieni avanti cretino». E per tenere a bada Storace, che se Fini non sta attento gli porta via un’altra fetta di quelli che vogliono farsi giustizia da sé, col supporto di ben motivati bastonatori. Fini col trench ne ha assoluto bisogno se vuole fare un altro scatto di carriera. Camerati si è per sempre, abbiamo letto un giorno su un manifesto. Nella maggioranza dialogante e aperta al nuovo se ne facciano tutti una ragione.


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